Chiamati al banchetto delle nozze

 

Il Vangelo, proclamato in questa S. Messa, continua l'inse­gnamento di Gesù, quale lo abbiamo meditato nelle ultime tre domeniche. Oggi si completa lo sguardo al grande trittico di rive­lazione composto dalle tre parabole: dei due figli (XXVI domeni­ca A), dei vignaioli omicidi (XXVII domenica A) e del banchetto di nozze che un re fece per suo figlio (Vangelo odierno). Gesù sta svelando il suo mistero e si sta facendo conoscere per quel che egli veramente è: l'erede, il figlio del proprietario della vigna, il figlio unico del re. Sono tre momenti che corrispondono ad altret­tante fasi della rivelazione del mistero profondo di Gesù. Egli è il Messia, perché è il Figlio di Dio.

In questa parabola, molto simile - per i suoi riferimenti storici e teologici - alla parabola che la precede immediatamente (i vignaioli omicidi), si parla di un banchetto, così come nella prima lettura del giorno si parla di un festino preparato da Dio a tutti gli uomini: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i po­poli, su questo monte, un convito di carni grasse, un con­vito di vini grevi... Egli strapperà in questo monte il velo che velava la faccia di tutti i popoli... quindi eliminerà la morte per sempre; asciugherà il Signore le lacrime su ogni volto» (Is 25, 6-8; la lettura). Il banchetto ha vari significati: la salvezza donata da Dio, la beatitudine eterna, la comunione con Dio e soprattutto l’Eucarestia. L'assenza della morte e del dolore fa logicamente pensare ad un futuro al di là della vita terrena; si tratta della beatitudine eterna annunciata con espres­sioni identiche anche nell'Apocalisse: « Dio... tergerà ogni lacrima dai loro occhi e la morte non ci sarà più» (21, 4).

Questo banchetto, questa la salvezza, è per tutti i popoli, per tutti gli uomini: Dio chiama tutti gli uomini, prima di tutto i giudei, a partecipare alle nozze del Fi­glio con la natura umana, avvenute con la sua incarna­zione e consumate con la sua morte di croce. Questa verità è espressa attraverso la parabola di oggi: «Il regno dei cieli è simile ad un re che imbandì un banchetto di nozze per suo figlio. E mandò i servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire» (ivi 2-3). Il re è Dio, il banchetto è la salvezza portata dal Figlio di Dio fatto uomo, i servi sono i profeti e gli apostoli, gli invi­tati che si rifiutano o maltrattano e uccidono i servi sono i Giudei e tutti quelli che come loro respingono Gesù. Si verifica una situazione simile a quella della parabola dei cattivi vignaioli (domenica precedente); tuttavia c'è una differenza notevole. Ai vignaioli veniva richiesto qual­che cosa di dovuto, ossia i frutti della vigna ad essi affi­data, mentre qui niente viene chiesto, ma tutto offerto: là veniva rifiutato ciò che doveva essere dato per giusti­zia, qui viene respinto ciò che è donato con bontà e magnificenza somma. È il rifiuto dell'amore di Dio. È l'at­teggiamento dell'uomo convinto di non aver bisogno di salvezza o dell'uomo immerso negli affari terreni che ritie­ne tempo perso pensare a Dio e alla vita eterna.

Naturalmente gravi sono le conseguenze del rifiuto, si va alla rovina. Storicamente il rifiuto degli ebrei di partecipare alle nozze messianiche di Gesù, Figlio del Re che è Dio, comporta la loro esclusione dalla gioia e dalla felicità della salvezza. Essi stessi si attirano la rovina della loro città, Gerusalemme: dinanzi al diniego risoluto e all'oltraggio per­petrato, «il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (22, 7). C'è qui un accenno chiaro e minaccioso al destino di Gerusa­lemme. Con sguardo profetico Gesù ne annuncia la distruzione. Questa si compirà a poco più di trent'anni dal rigetto di Gesù da parte dei giudei, cioè della condanna a morte e crocifissione del Messia. Le legioni romane, guidate prima da Vespasiano e poi dal Tito, assediarono Gerusalemme, incendiarono il tempio, di­strussero la città, mettendo tutto a ferro e fuoco. Il popolo ebreo, almeno quello sopravvissuto alla strage, fu disperso in altre regio­ni dell'impero romano.

Ma pur presagendo il dramma finale della storia del popolo eletto, la parabola di Gesù volge in positivo lo sguardo della storia della salvezza, altri vengono invitati al loro posto Il Cristo rivela ancora una volta il cuore del Padre misericordioso, fedele alla sua promessa e Padre buono che vuole la salvezza di tutti gli uomini. Così dice il re, cioè Dio: «Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non erano degni. Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti trovaro­no, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali» (Mt 22, 9-10).

 

Condizioni per partecipare al banchetto messianico

 

Storicamente il re della parabola ha tenuto fede alla sua promessa, imbandendo il banchetto: sul monte Sion, cioè nel Cenacolo di Gerusa­lemme e sul Golgota, egli ha imbandito il banchetto della salvezza con l'istituzione dell'Eucaristia e con la morte in croce del proprio Figlio. Col suo Mistero Pasquale (passione, morte e risurrezione) Gesù ha celebrato le sue «nozze» con l'umanità intera: col dono di sé al Padre, fino alla morte di croce, Gesù ha fondato la nuova Alleanza.

Dio chiama tutti alla sua «sala» di nozze, cioè alla Chiesa. I chiamati dalla strada sono anzitutto i peccatori (pubblicani e peccatrici) e i pagani, quindi tutti gli uomini. Dio non fa distinzione alcuna di razza, di colore, di cultura o di nazione. Egli è Padre di tutti gli uomini, buoni e cattivi (Mt 13, 38.47; 22, 8-9), tutti sono chiamati alla salvezza, tutti sono chiamati alla comunione con Lui e con i fratelli.

Ora, tutti noi cristiani siamo stati battezzati nel mistero della morte e della risurrezione del Signore. Col battesimo ci è stata donata una dimensione nuova: la partecipazione al dono della vita che ha vinto la morte. La nostra partecipazione all'Eucaristia è un anticipo, già su questa terra, della partecipazione celeste alle «nozze dell'Agnello» (Ap 19, 9). Dalla stessa Eucaristia, la «men­sa» che il Signore ci prepara, proviene «felicità e grazia»,(cfr Salmo responsoriale) la vita divina.

Essere chiamati, essere entrati al banchetto, però, non significa, ancora la salvezza definitiva. Per partecipare al banchetto messianico della salvezza, per partecipare alla comunione eucaristica, per entrare nel «mistero della vita celeste», in Paradiso (sant'Ilario), Gesù pone delle condizioni ben precise: bisogna indossare «l'abito nuziale». Ai tempi di Gesù, per un pranzo solenne, com'era un banchetto di nozze, gli ospiti indossavano di solito la veste bian­ca.

 In modo simbolico chi accetta Gesù Cristo con fede e crede in lui quale Salvatore del mondo deve accompagnare la sua fede con le opere proprie della fede. Esse sono la carità e la giustizia, frutto di una profonda conversione, vivere nella grazia, nell’amicizia di Dio. Chi non ha l’abito, invece, è l'uomo che ap­partiene materialmente alla Chiesa, ma non vive nella ca­rità e nella grazia; la sua fede non è accompagnata dalle opere; ha le apparenze del discepolo di Cristo, ma in fondo al cuore non è di Cristo né per Cristo. Tanti cristiani di nome e non di fatto.

La parabola ha anche un riferimento al banchetto eucaristico e della necessità dell’abito nuziale. Chi partecipa alla S. Messa e vuole ricevere la S. Comunione è necessario che abbia l’anima in grazia, cioè senza peccato mortale.. Dice infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1385: “Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione”. Bisogna premettere la confessione. In caso contrario si commette un peccato gravissimo di sacrilegio. Consigliabile la confessione settimanale per ricevere meglio Gesù.

E che dire poi di coloro che non partecipano alla S. Messa domenicale, che non accettano l’invito di Dio che come nella parabola dicono che hanno altre cose da fare, o addirittura uccidono i servi (gli annunziatori del Vangelo, la grazia), commettendo peccato mortale. Purtroppo in Italia l’80 % non frequenta la S. Messa domenicale, gravi conseguenze spirituali (perdita della vita eterna) e anche materiale (disastri economici e naturali conseguenti alla non osservanza di questo comandamento).

Infine la parabola ha ancora il chiaro riferimento alla chiamata alla vita eterna, al Regno dei Cieli, al Paradiso. Anche qui è necessario avere l’abito nuziale, la veste candida e cioè l’anima in grazia di Dio, senza peccato mortale. Già san Girolamo diceva: «La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l'abito dell'uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l'abito di nozze, cioè l'abito dell'uomo celeste, e indosserà invece l'abito macchiato, ossia l'abito dell'uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: "Amico, come sei entrato?". Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. "Costui am­mutolì", dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato”

 “Allora il re ordinò ai servi: legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti (Mt 22, 13). Torna qui la realtà tremenda dell’inferno, che il Signore ha predicato svariate volte nel corso della sua vita terrena. Contro l’errore di chi – anche nel mondo cattolico – nega la realtà dell’inferno o l’accetta solo alla ridicola condizione che sia vuoto, esso esiste e il Signore, anche oggi, ce lo ricorda affinché ci comportiamo come “figli della luce e non delle tenebre” . Padre Pio, a un tale che gli disse: “Padre, io non credo che l’inferno esista”, rispose: “Ci crederai quando ci andrai!”. A conferma dell’esistenza dell’inferno suonano le lapidarie parole finali di Gesù: “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti” (v. 14). È un’asserzione ammonitrice terribile. Tutti noi, infatti, nella Chiesa cattolica siamo “chiamati”, ma ignoriamo se apparteniamo anche al numero degli eletti.

Vogliamo affidarci alla Madonna perché ci renda sempre degni di partecipare al banchetto celeste, sia dell’Eucarestia sia del Paradiso. Come Ella ha rivestito con le vesti materiali Gesù suo Figlio, così riveste noi con le vesti della grazia diventando veri reali figli suoi e figli di Dio, meritevoli del Paradiso. Il mese di ottobre, dedicato al S. Rosario, è un segno di speranza di ricevere questa grazia, proprio attraverso il S. Rosario.